{N}3,{/}16 {N}L'ISPIRAZIONE DELLA SCRITTURA{/}
{C}Ogni Scrittura \u00e8 ispirata da Dio.{/} Probabilmente la traduzione sarebbe pi\u00f9 esatta se ci prendessimo la libert\u00e0 di modificarla un poco: "Tutta la Scrittura \u00e8 apportatrice dello Spirito di Dio". Non basta dire che la Bibbia \u00e8 stata scritta sotto impulso dello Spirito; dobbiamo aggiungere che i testi sono per noi Parola di Dio in misura che noi restiamo nell'ambito dello Spirito. Si sa che la Bibbia non \u00e8 in primo luogo un libro colto, ma sarebbe anche poco dire che \u00e8 un testo solo religioso. Questo testo \u00e8 {C}utile a insegnare, a riprendere, a correggere, {/}solo se avremo riservato un posto allo Spirito. La liturgia orientale di san Giovanni Crisostomo \u00e8 al riguardo eloquente: il libro dei Vangeli \u00e8 deposto insieme al pane e al vino sulla mensa delle offerte e portato all'altare e onorato con gli stessi riti. Tutta la liturgia mostra che i due sacramenti, quello della Parola e quello dell'Eucaristia stanno sullo stesso piano, e si invoca lo Spirito tanto sul pane e sul vino perch\u00e9 siano corpo e sangue di Cristo che sul libro perch\u00e9 sia portatore del soffio di Dio.
Si capisce allora come un medesimo testo possa ispirare commenti tanto diversi. Per un commentatore carismatico o per un amante di poesia, la scelta delle parole \u00e8 di grande interesse, perch\u00e9 in parte almeno orienta la ricerca di altri passi paralleli. Per contro, per chi insegna o impara, essenziale \u00e8 la semplicit\u00e0 del linguaggio. Per chi ammonisce, il testo \u00e8 la base di un avvertimento che impressiona direttamente le persone denunciandone determinate azioni. Di qui deriva che la comprensione della Bibbia dipende, principalmente, non da sfumature della lingua ebraica o greca ma dai doni di conoscenza di cui parla soprattutto Paolo - e che sono la condizione di ogni apostolato efficiente (Rm 10,2; Ef 1,17; Col 1,9; 3,10) - e Giovanni al capitolo 17.
{N}L'ISPIRAZIONE DELLA SCRITTURA{/}
Abbiamo detto che il libro sacro \u00e8 totalmente opera sia di Dio che del redattore. Questi si \u00e8 messo al lavoro forse senza sapere dell'ispirazione che Dio gli stava dando, credendo solo di fare qualcosa di utile, e forse si \u00e8 dedicato ad esso tra tante preoccupazioni e certamente nei limiti della propria cultura. Dio, da parte sua, ha ordinato tanto la scrittura che le successive reincarnazioni del libro (si veda la nota sul Canone di libri sacri) in un modo che questo libro, la Bibbia, diventa parte integrante di una rivelazione totale e definitiva.
Per noi, con un minimo di scienza storica, il presente \u00e8 il risultato del passato, e quando approfondiamo un poco le peripezie degli scritti biblici, in molti casi pare proprio che la carriera senza ostacoli che li condusse alla canonizzazione deve molto al caso. Perch\u00e9 infatti si conserv\u00f2 quel libro invece di quell'altro? Era necessario contare su Abdia, Ester o la lettera di Giuda? Per Dio per\u00f2 il movimento va in senso inverso, il fine precede gli eventi che lo seguiranno lungo traiettorie impreviste e sulle quali intervengono molti personaggi; nel suo piano viene prima Cristo e la salvezza che egli apporta all'universo. Dire che Dio ha ispirato il libro \u00e8 dire che Egli l'ha voluto come strumento del quale sapr\u00e0 fare uso lo Spirito, sia per orientare la fede della Chiesa come un corpo, sia per assistere i credenti di tutte le epoche che in esso cercano una consolazione.
Se affrontiamo cos\u00ec il problema, ci liberiamo del dilemma insolubile contro cui cozzano molti e che schematicamente potrebbe descriversi in questi termini: O tutte le parole sono ispirate; e allora come attribuire a Dio tanti errori e inconsistenze nel libro? O solo il senso del messaggio \u00e8 ispirato mentre le debolezze del racconto si dovrebbero attribuire allo scrittore; e allora chi riconoscer\u00e0 il messaggio divino se questo non sta nelle parole? Alcuni daranno una risposta che ha un suo valore, ma resta insufficiente: L'ispirazione, essi dicono, copre il messaggio religioso, ma lascia correre gli errori riguardo a punti storici o scientifici. In certa misura \u00e8 cos\u00ec. Per\u00f2, se osserviamo come gli stessi autori sacri hanno fatto uso dei testi che leggevano nella loro Bibbia, vediamo che tutte le parole citate per loro avevano un senso: si leggano per esempio le discussioni di Paolo in Gal 3, specialmente quando si riferisce ai {C}discendenti {/}e al {C}discendente. {/}Inoltre, se l'ispirazione coprisse solo il messaggio religioso, che cosa si dovrebbe intendere per religioso?
Dobbiamo perci\u00f2 sostenere che tutto il testo \u00e8 ispirato, ma in un senso diverso da come i musulmani intendono, per esempio, l'ispirazione del Corano. Per loro il testo e tutte le parole del testo sono state dettate da Dio in arabo, alla lettera, e questo \u00e8 il testo ispirato: non si dovrebbe neppure tradurre. Per un cristiano, invece, il testo biblico \u00e8 come un sacramento e per questo lo Spirito non sta mai incatenato alla lettera dell'originale. Dio non parla ebraico, ma si rivela a gente che lo parla o che parla il greco. Di qui possiamo tirare due conseguenze: 
1. Gli errori o, meglio, le imprecisioni del testo rispetto alla nostra cultura, non ci lasciano pi\u00f9 sconcertati: abbiamo uno strumento tanto perfetto come imperfetto dal quale lo Spirito vuole trarre vantaggio e senza dubbio ne \u00e8 capace. Il Vangelo potr\u00e0 esprimersi e produrre i suoi frutti in tutte le culture; gli esempi passati non ostacoleranno affatto la ricerca di uno stile nuovo di vita.
2. L'ispirazione del testo originale si trover\u00e0 anche nelle traduzioni della Scrittura, pur tutti sapendo, come dice un vecchio proverbio, che tradurre \u00e8 un poco tradire.
{N}LE TRADUZIONI DELLA BIBBIA{/}
\u00c8 un fatto che la stragrande maggioranza dei credenti, anche quando la Chiesa (o le proprie chiese) li esortano a leggere la Bibbia, la conoscono solo da traduzioni. Capitava del resto la stessa cosa anche nella comunit\u00e0 ebraica. Ai tempi di Ges\u00f9, secondo stime approssimative, l'8% della popolazione nell'impero romano era fatta di ebrei. In Palestina non ne vivevano pi\u00f9 di mezzo milione. La Bibbia greca, vale a dire quella dei Settanta, era perci\u00f2 senza paragone la pi\u00f9 usata. Era in uso persino nella stessa Palestina, nel cuore cio\u00e8 dell'ebraismo, presso numerose comunit\u00e0 della diaspora rappresentate da sinagoghe a Gerusalemme. La LXX (o Septuaginta) \u00e8 inoltre citata anche nel Nuovo Testamento. Questo \u00e8 sufficiente a far capire la falsit\u00e0 e marginalit\u00e0 di una certa tendenza elitista che, persino nella Chiesa, fa guardare con disprezzo chi non abbia o non sappia almeno qualcosa di ebraico.
Gli apostoli, le comunit\u00e0 cristiane, gli stessi scritti del Nuovo Testamento, hanno riconosciuto come parola di Dio la traduzione dei Settanta. Or dunque, questa versione, piuttosto fedele per il Pentateuco, lo \u00e8 meno per gli altri libri, e per i testi profetici addirittura naviga a vista. Significa per\u00f2 questo che la Chiesa, appoggiandosi alla LXX, si \u00e8 privata di quelle parti inalienabili della parola di Dio che costituiscono l'Antico Testamento? Il capitolo 15 degli Atti al riguardo presenta un caso interessante: l'apostolo Giacomo giustifica la sua posizione con un testo di Amos, citato secondo la traduzione greca (At 15,17), che presenta un passo diverso dal testo originale ebraico. Da questo si deduce per lo meno che fin dagli inizi, nella Chiesa, erano in tanti coloro che consideravano la LXX altrettanto ispirata del testo ebraico.
Alla fine del terzo secolo, la Chiesa romana si adegu\u00f2 all'evoluzione della lingua e dal greco pass\u00f2 al latino; un secolo dopo, san Girolamo terminava la versione della Vulgata latina che diventer\u00e0 la Bibbia ufficiale della Chiesa cattolica romana fino alla met\u00e0 del secolo 20. Seguendo il punto di vista di Origene, Girolamo diede priorit\u00e0 al testo ebraico e su questo bas\u00f2 la sua traduzione. Oggi si ammette da tutti che, nonostante scienza e meriti di Girolamo, la sua traduzione contiene errori. Tuttavia, il suo fu per secoli il testo predicato e commentato, e le cui parole, a volte erronee, suggerivano confronti approssimativi tra un testo e l'altro, aprendo prospettive diverse anche alla vita spirituale.
Questa \u00e8 una realt\u00e0 che si ignora facilmente quando si discute sull'ispirazione o la non ispirazione del testo. In fin dei conti sono le traduzioni quelle che tramandano lo spirito di cui vive di fatto il popolo di Dio. Non si dovr\u00e0 quindi semplicemente ammettere che lo Spirito, il quale agisce attraverso il testo originale ispirato, agisce anche per mezzo delle traduzioni, che queste siano linguisticamente imprecise o eccellenti, e sempre con libert\u00e0?
{N}TRADUZIONI PRECISE E VERSIONI PASTORALI{/}
Quanto veniamo dicendo per le grandi versioni in greco e in latino vale anche per le moderne. Il traduttore che lavora per destinatari determinati, si adoperer\u00e0 di mettere in lingua moderna, per quanto possibile, il testo originale. Se si dirige a studenti, gi\u00e0 familiarizzati con lingue e storia antiche, si conceder\u00e0 di impiegare parole ricercate o rare che ricalchino le parole ebraiche; n\u00e9 si far\u00e0 scrupolo a forzare un poco il periodare moderno per adeguarlo al periodare, per esempio, di una lettera di san Paolo in cui una frase pu\u00f2 estendersi anche per dieci righe. Il traduttore cercher\u00e0 sempre di travasare intellettualmente e con sensibilit\u00e0, la sua conoscenza del testo originale nelle cognizioni che ha il suo lettore dell'antichit\u00e0 classica.
Al contrario, chi si diriga ad un pubblico meno esigente presta maggiore attenzione agli accenti del testo, a quanto deve occupare il posto principale nella frase, anche se dovesse cambiare un poco l'ordine delle parole, non potendosi disporsi allo stesso modo nel discorso quel che \u00e8 pi\u00f9 importante in ebraico, in greco o in una lingua moderna. Sapendo che la pi\u00f9 parte degli scrittori sacri parlava una lingua comprensibile ai lettori di allora, eviter\u00e0 accuratamente quel che farebbe apparire la traduzione un "linguaggio erudito"; non trasformer\u00e0 l'apostrofare emotivo di Paolo in discorso accademico. Anche se sa che tutto il testo \u00e8 ispirato, non esiter\u00e0 nel sostituire due parole greche con una sola moderna che dica la stessa cosa, n\u00e9 a utilizzare due parole moderne quando una non bastasse per esprimere quella ebraica. Far\u00e0 quindi come ogni traduttore fa quando \u00e8 costretto ad adattarsi all'indole della lingua da cui traduce ma anche a quella in cui traduce. 
Si sa qual \u00e8 il grande segno della Pentecoste e della venuta dello Spirito. Gli ascoltatori di Pietro odono le lodi a Dio ciascuno nella sua lingua, non solo in ebraico, la lingua sacra. Una diversit\u00e0 di linguaggi sar\u00e0 quindi di necessit\u00e0 per la Chiesa nelle traduzioni della Bibbia. Non si pu\u00f2 dire che una traduzione sia pi\u00f9 vera di un'altra senza porsi nella prospettiva di ciascuna lingua: la Chiesa non si occupa di formare soltanto specialisti, perch\u00e9 \u00e8 il popolo semplice che in primo luogo dev'essere evangelizzato e nella lingua che usa ogni giorno. 

